Il reclutatore jihadista pentito che ora salva i giovani dall’Isis Ex di Al Qaeda, oggi lavora alla George Washington University Il reclutatore jihadista pentito che ora salva i giovani dall’Isis Corriere della sera - 19 settembre 2016

Il reclutatore jihadista pentito che ora salva i giovani dall’Isis

Corriere della sera - 19 settembre 2016

Jesse Morton, 37 anni, ex di Al Qaeda, oggi lavora alla George Washington University. «Sapevo quali tasti spingere. Rabbia, frustrazione, depressione»

Non è passato molto tempo da quando la stampa statunitense lo definiva «uno dei reclutatori più pericolosi di Al Qaeda». Oggi Jesse Morton, 37 anni, siede a pochi metri dalla Casa Bianca. Lorenzo Vidino, direttore del Program on Extremism Center for Cyber & Homeland Security della George Washington University, si è convinto ad assumerlo come analista. «Ho conosciuto Morton l’estate scorsa. Dopo aver consultato sette agenti dell’Fbi ho deciso di includerlo nel mio team», spiega. Ma a convincere Vidino è stato anche il percorso intrapreso da Morton. «Chi meglio di un ex reclutatore per capire come contrastare la presa della propaganda di Isis sui giovani?».

La storia di Jesse inizia in Pennsylvania. Figlio di una madre violenta, quando lui la denuncia alle autorità lei nega. Poi torna a casa e lo riempie di botte. A 16 anni Jesse inizia a spacciare. Finisce in cella, come compagno gli tocca in sorte un imam marocchino. È allora che trova quello che stava cercando. «Avevo bisogno di un’ideologia, qualcosa che dividesse il mondo in bianco e nero», racconta al Corriere via Skype. Uscito di prigione, si laurea e prende un master alla Columbia. Finite le lezioni di relazioni internazionali, entra in contatto con Abdullah al-Faisal, ispiratore di uno degli attentatori di Londra, segue i corsi di un gruppo creato da Anjem Choudary, imam britannico, condannato in agosto in Gran Bretagna come reclutatore di Isis.

Morton quando si faceva chiamare Younus Abdullah Muhammed

Jesse diventa Younus Abdullah Muhammed, come lo chiamano i suoi seguaci. Dopo qualche tempo dà vita al sito Revolution Muslim, tiene sermoni che pubblica su YouTube. «Osama Bin Laden era il mio eroe», racconta. Morton riesce a piegare ai suoi scopi la volontà di decine di ragazzi. Profili non troppo diversi da quello di Dahir Adan che sabato in Minnesota si è trasformato in un «soldato del Califfato». Giovani in bilico tra le loro società di origine (somale, pachistane, cecene, afghane) e il nuovo mondo.

«Lo scenario jihadista statunitense è giovane. I soggetti accusati di legami con il terrorismo islamico sono un centinaio», spiega. Ma gli States sono il nemico per eccellenza nella retorica jihadista. Dai fratelli Tsarnaev che piazzarono gli ordigni alla maratona di Boston seguendo alla lettera i precetti del predicatore Anwar Al Awlaki e della sua rivista «Inspire» fino a Syed Rizwan Farook e Tashfeen Malik che hanno ucciso 16 persone a San Bernardino: dopo l’11 settembre la storia americana è costellata di terroristi homegrown (cresciuti in casa).

Il sito aperto da Morton Revolution Muslim

Nella lista compare anche Zachary Adam che verrà condannato a 25 anni di carcere per le sue minacce ai creatori di South Park «colpevoli» di aver rappresentato Maometto in un episodio del cartoon. A reclutare Adam era stato proprio Morton. Fuggito in Marocco subito dopo l’arresto del suo allievo, Morton viene arrestato a sua volta. Dal Nord Africa viene prelevato e riportato negli Stati Uniti. Ma «Piano piano, la rabbia si stava spegnendo». Nella biblioteca del carcere ha il permesso di leggere Shakespeare, i testi di John Locke, saggi sull’Islam. Nel frattempo molte delle sue reclute si spostano in Siria per unirsi a Isis. «Quando ho letto le loro mail in cui raccontavano gli orrori, mi sono reso conto dei danni che avevo provocato. E ho capito che dovevo rimediare», confessa. L’occasione gliela offre un agente dell’Fbi che lo convince a lavorare per il Bureau sotto copertura.

Nel febbraio 2015 la pena di Morton a 11 anni viene ridotta 3 anni e 9 mesi. Ed è così che l’ex reclutatore approda a Washington, dove ora sta preparando un report sulle tecniche di radicalizzazione. «Conosco i loro trucchi: sono riusciti a coniugare il nazionalismo della Umma, la comunità islamica, ai videogame». Una ricetta che però — avverte Morton — non è solo nelle mani di Isis. «Ma anche di altri gruppi jihadisti altrettanto pericolosi».