Terrorismo, l’esperto: "Rischio attentati. Le moschee? Giusto farle, il problema è a chi affidarle" Vidino (Ispi): "Certe sigle sono contigue agli jihadisti. Per avere spazi gli islamici devono rinnegare la violenza e riconoscere i diritti umani" Terrorismo, l’esperto: "Rischio attentati. Le moschee? Giusto farle, il problema è a chi affidarle" Vidino (Ispi): "Certe sigle sono contigue agli jihadisti. Per avere spazi gli islamici devono rinnegare la violenza e riconoscere i diritti umani"

Terrorismo, l’esperto: "Rischio attentati. Le moschee? Giusto farle, il problema è a chi affidarle"

Vidino (Ispi): "Certe sigle sono contigue agli jihadisti. Per avere spazi gli islamici devono rinnegare la violenza e riconoscere i diritti umani"

Lorenzo Vidino, dell'Ispi, esperto di Islam e terrorismo

Milano, 16 gennaio 2015 - «Il rischio di attentati islamici in Italia dopo i fatti di Parigi? Non esiste Paese europeo che sia immune da questo rischio. Persino in Svizzera ci sono segnalazioni in questo senso. Ma non bisogna fare allarmismi. In Italia la realtà jihadista è molto più ridotta rispetto a Paesi come Francia, Inghilterra e Germania. In ogni caso si deve tenere la guardia alzata. L’Italia è schierata con gli Stati Uniti d’America e resta uno dei possibili obiettivi del terrorismo internazionale». Parole di Lorenzo Vidino, esperto di Islam e terrorismo internazionale dell’Istituto per gli studi di politica internazionale (Ispi).

I foreign fighters sono una realtà pericolosa?
«Certo, ma in Italia ne sono stati contati solo 53. In Francia se ne stimano dai 1.000 ai 1.200, in Inghilterra 800, in Germania 600, in Belgio 400. Questi numeri, però, non mettono al riparo l’Italia. Ci può essere l’eventualità che un commando esterno arrivi da Siria o Iraq per compiere attentati».

Quali gli obiettivi più a rischio?
«Il Vaticano. Uno degli ultimi numeri di Dabiq, il magazine ufficiale dello Stato islamico, ha messo piazza San Pietro in copertina».

Il proselitismo delle comunità islamiche in Italia rappresenta un pericolo? 
«L’Islam in Italia, così come negli altri Paesi, è un fenomeno molto frammentato. Ci sono tantissime organizzazioni di musulmani. Ci sono alcune fazioni e alcuni soggetti con un ruolo ufficiale che lanciano messaggi ambigui. Hanno un approccio anti-occidentale, credono nella creazione di uno Stato islamico e parlano di complotto di crociati e sionisti. C’è una certa contiguità ideologica con i messaggi jihadisti. Certe condanne all’attentato a Charlie Hebdo sono piene di “se’’ e “ma’’. E i messaggi esplicitamente antisemiti non mancano».

A Milano il Comune ha lanciato un bando per i luoghi di culto. Giusto o no realizzare moschee in questo momento?
«L’idea di togliere l’Islam dagli scantinati e regolarizzare le comunità è giusta sotto vari punti di vista: l’Islam è parte della società milanese e italiana e non deve essere escluso. La costruzione di moschee è una cosa positiva. È problematica, invece, la scelta di chi gestirà questi luoghi di culto. Condivido l’impostazione dell’interrogazione presentata dall’onorevole Dambruoso al Viminale. Si deve andare al di là di una valutazione esclusivamente giuridica, è necessario un giudizio politico sui partner a cui affidare quei luoghi. Il discorso non è “moschee sì, moschee no’’, ma “moschee sì, ma affidate a comunità islamiche con posizioni adeguate’’».

Cosa intende per «posizioni adeguate»?
«Gli islamici devono dire senza ambiguità che sono contro violenza e intolleranza e a favore dei diritti umani fondamentali, penso ai diritti delle donne e dei gay».

Non è simile a una richiesta di ripudio dell’Islam?
«Non penso. Ci sono organizzazioni islamiche milanesi che hanno posizioni compatibili con le leggi italiane su questi temi».

Cosa pensa della tesi espressa da Samuel Huntington ne «Lo scontro delle civiltà»?
«Secondo me il vero scontro non è tra Occidente e Islam, ma all’interno alla civiltà islamica. C’è chi vuole imporre la sharia, la legge islamica, anche con la violenza, e c’è chi non la pensa così».